Santa Catalina: la città proibita dove le mura proteggono invece di dividere

Oltre il muro di Sillar

Nonostante quello che il mondo moderno sembra volerci far credere, non sempre un muro divide: a volte protegge. Ad Arequipa, il bianco abbagliante della pietra vulcanica sembra segnare un confine preciso, un confine che separa non solo due quartieri, ma due universi paralleli. Quando si varca il portone del Monastero di Santa Catalina, il rumore dei clacson e il caos polveroso della città andina svaniscono come per un incantesimo, sostituiti da un silenzio che sembra avere un peso fisico.

Ma non lasciatevi ingannare dalla facciata di devozione: queste mura non sono nate per essere una prigione, bensì una fortezza di esclusività. Per quasi tre secoli, questo labirinto di strade rosso ocra e blu cobalto non è stato un semplice luogo di preghiera, ma una “città delle donne” – un microcosmo dove le figlie dell’aristocrazia spagnola acquistavano, al prezzo di una dote e di una clausura perpetua, una libertà che nel mondo esterno sarebbe stata loro impossibile: quella di vivere senza uomini, gestendo potere, proprietà e segreti tra giardini di gerani e appartamenti privati.

Una clausura a cinque stelle

Dimenticate l’immagine della cella monastica spoglia e gelida. Entrare nelle abitazioni private di Santa Catalina significa scoprire piccoli mondi di raffinata opulenza. Le novizie non arrivavano qui spinte solo da una vocazione ascetica, ma spesso per una precisa strategia familiare: un destino che garantiva loro uno status sociale incrollabile. Le “celle” erano in realtà appartamenti composti da più stanze, piccoli patii fioriti e cucine private dove il fumo dei focolari ancora segna le pareti.

Le giovani nobili varcavano la soglia portando con loro un corredo che somigliava più a quello di una sposa che a quello di una penitente: tappeti fiamminghi, porcellane cinesi, argenteria finemente lavorata e persino i loro pianoforti. Ma l’elemento che più sconcerta la nostra sensibilità moderna è la presenza delle schiave e delle servitrici personali: giovani donne che condividevano la clausura senza aver scelto Dio, ma solo per servire il cioccolato o stirare i merletti delle loro padrone. Qui, tra le mura di sillar, la gerarchia del mondo coloniale non veniva annullata, ma cristallizzata in un’eterna, colorata messa in scena.

La geometria dell’autonomia: Calle Sevilla e Calle Toledo

Camminare per le strade interne del monastero è come perdersi in una Siviglia andina in miniatura. Non è un caso che i vicoli portino nomi come Calle Sevilla o Calle Granada. Questa città simulata era organizzata con una precisione urbanistica che rifletteva un ordine mentale e politico. In questo spazio negato agli sguardi maschili, le suore esercitavano un controllo totale: gestivano rendite, amministravano proprietà terriere esterne tramite fiduciari e governavano la vita quotidiana con una fermezza che nessun marito dell’epoca avrebbe mai concesso loro.

L’uso del colore — quel rosso profondo che sembra assorbire la luce del sole e il blu che sfida la nitidezza del cielo di Arequipa — non era un vezzo estetico, ma un’affermazione di identità. Ogni angolo, ogni piazza con la sua fontana, era il palcoscenico di una socialità silenziosa ma vibrante, fatta di sussurri nei parlatoi e di scambi di favori tra le famiglie più potenti del Perù. Il monastero non era il retrobottega della società, ne era il cuore pulsante, un caveau dove l’aristocrazia metteva al sicuro le proprie figlie e, con esse, il proprio prestigio.

Lo scandalo della “dolce vita” e il pugno di ferro di Suor Josefa

Tutto questo splendore, fatto di tè sorseggiati in tazze di fine ceramica e concerti privati, non poteva restare invisibile agli occhi di una Chiesa che, nel XIX secolo, cercava di ritrovare la via dell’austerità. Per la Santa Sede, Santa Catalina non era un luogo di santità, ma uno scandalo a cielo aperto. Fu così che nel 1871 arrivò ad Arequipa Suor Josefa Cadena, una riformatrice domenicana nota per il suo carattere d’acciaio.

Il suo compito era drastico: smantellare la “Città delle Donne”. Josefa non si limitò a pregare; ordinò l’abbattimento dei muri che separavano le celle private per creare dormitori comuni e, soprattutto, impose la liberazione delle schiave e delle servitrici. Immaginate lo shock: donne abituate a essere servite dovettero improvvisamente imparare a cucinare il proprio pasto e a lavare i propri abiti. Molte delle doti e degli oggetti di lusso vennero confiscati o venduti. Fu in quel momento che il monastero smise di essere un salotto aristocratico per diventare, finalmente, un luogo di clausura rigorosa.

Il fantasma di Ana de los Ángeles Monteagudo

Tuttavia, tra queste mura tinte di rosso, la storia più affascinante non è quella di una ribelle al lusso, ma quella di una donna che ne fece parte prima di trascenderlo: Suor Ana de los Ángeles. Vissuta nel XVII secolo e oggi beata, Ana è l’anima inquieta del monastero. Entrata giovanissima contro il volere dei genitori (che avrebbero preferito un matrimonio vantaggioso), Ana scalò la gerarchia interna diventando Priora, ma con una visione opposta a quella delle sue compagne.

Si dice che avesse il dono della profezia e che potesse leggere nel cuore delle persone. Ma l’aneddoto che più affascina i visitatori riguarda la sua morte: la leggenda narra che il suo corpo, sepolto sotto il pavimento del coro, sia rimasto incorrotto per secoli, emanando un profumo di rose che talvolta, si dice, torni a farsi sentire tra i chiostri nei pomeriggi più caldi. Ana rappresenta il paradosso finale di Santa Catalina: in un luogo costruito sul privilegio e sulla dote, lei cercò la libertà attraverso la povertà estrema, diventando una “ribelle al contrario”.

Conclusione: la libertà oltre la grata

Oggi, camminando sotto gli archi blu del Chiostro dei Novizi o sedendosi sulle panche di pietra del patio, resta una domanda che fluttua nell’aria rarefatta di Arequipa: quelle donne erano prigioniere o regine?

Santa Catalina ci insegna che la clausura può essere una forma di protezione. In un secolo in cui il destino di una donna era deciso da un contratto matrimoniale o dalla volontà paterna, varcare quella soglia significava scomparire agli occhi degli uomini per riapparire agli occhi di sé stesse. Tra le mura di sillar, protette dal vulcano Misti, le “suore velate” hanno costruito un’utopia imperfetta, fatta di servitù e preghiere, di lusso e silenzio. Un’utopia che ancora oggi, con i suoi colori violenti e le sue ombre lunghe, ci sussurra che la libertà non è mai dove ci dicono di cercarla.

Appunti per il viaggiatore consapevole

Se dopo aver letto della “Città delle Donne” deciderete di varcare quella soglia, ecco come cogliere l’essenza di Santa Catalina oltre la superficie fotografica:

  • L’ora dell’ombra lunga: Il momento migliore per visitare il monastero è il tardo pomeriggio. Quando il sole di Arequipa inizia a scendere, i muri rosso ocra e blu cobalto sembrano accendersi di una luce propria. È in questo momento che le ombre nei vicoli si allungano, restituendo al luogo quel senso di mistero e di attesa che deve aver regnato per secoli.
  • Cercate i dettagli del quotidiano: Non fermatevi solo ai grandi chiostri. Entrate nelle cucine comuni e in quelle private. Osservate le pareti annerite dal fumo e i piccoli forni: lì, tra l’odore di legna bruciata e spezie, si svolgeva la vera vita delle servitrici e delle suore, lontano dai canti liturgici.
  • Il silenzio è un compagno di viaggio: Se potete, visitate il monastero durante le aperture serali (solitamente il martedì e il mercoledì). Camminare tra le strade di sillar illuminate solo dalle candele o da luci soffuse trasforma l’esperienza in un viaggio nel tempo, permettendovi di percepire quella “clausura dorata” senza le distrazioni della folla moderna.

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