Spesso pensiamo al Messico come a un caleidoscopio inarrestabile: un turbine di polvere, musica e tradizioni millenarie che si manifestano in ogni rituale e in ogni colore sgargiante dei suoi tessuti. È il luogo dove il materiale diventa spirituale senza soluzione di continuità, una terra che ti accoglie con la sua confusione affascinante e ti incanta con la profondità dei suoi miti ancora oggi vivissimi.





Eppure, proprio quando pensi di aver decifrato il ritmo frenetico di questa terra, il Messico ti chiede di trattenere il respiro e guardare altrove. Sotto quella coltre di colori accesi e canti popolari, lontano dal brusio delle piazze e dal calore del sole tropicale, esiste un mondo parallelo che non conosce il rumore. È un universo capovolto, dove la confusione lascia il posto a un silenzio solenne e dove l’azzurro del cielo si riflette in acque così pure da sembrare portali verso un’altra dimensione; un luogo dove il confine tra il mondo fisico e quello spirituale si assottiglia fino a scomparire, dove il tempo scende a spirale, dove la luce si fa liquida e il silenzio ha la voce della terra: stiamo parlando dei cenote. Per i Maya, queste piscine naturali erano molto più che semplici riserve d’acqua dolce: erano le Xibalba, le porte d’accesso all’inframondo, il regno degli dèi e degli spiriti. Entrarvi oggi non è solo un modo per sfuggire al calore della selva dello Yucatán, ma un rito di passaggio che ogni viaggiatore dovrebbe concedersi.

Un respiro nel blu: l’esperienza sensoriale
Immagina di scendere una scala di legno umida, mentre l’aria calda della giungla viene gradualmente sostituita da un alito fresco e minerale. Poi, lo vedi: uno specchio d’acqua così immobile da sembrare cristallo e non puoi resistere al richiamo. L’esperienza di nuotare in un cenote è diversa da qualsiasi bagno al mare o in piscina: è come tuffarsi nella memoria geologica e spirituale del Messico per tornare all’origine del mondo.





L’acqua è fresca, rigenerante e ha una densità che sembra sostenerti in un abbraccio. Se hai la fortuna di trovarti in un cenote “chiuso” o “semi-aperto” a mezzogiorno, vedrai i raggi del sole penetrare attraverso le radici degli alberi che pendono dal soffitto, creando pilastri di luce liquida. In quel momento, nel silenzio interrotto solo dallo sgocciolio delle stalattiti, capirai perché i Maya li considerassero luoghi divini.





Il termine cenote deriva dalla parola maya dz’onot, che significa “pozzo sacro” o “acqua sacra nascosta”.
Queste cavità si formarono milioni di anni fa, quando la penisola dello Yucatán — un’enorme piattaforma di roccia calcarea — crollò in alcuni punti, creando grotte e doline riempite da acqua piovana filtrata.



Ma per i Maya non erano semplici laghi sotterranei: erano portali cosmici. Si credeva che da lì passassero le anime dei morti per raggiungere Xibalbá, il mondo sotterraneo. Per questo molti cenote erano luoghi di offerta e rituale, dove venivano gettati oggetti preziosi, ceramiche e talvolta sacrifici umani.
Oggi sono uno dei simboli naturali più potenti del Messico: gioielli d’acqua e luce, testimoni di un equilibrio millenario tra natura e mito. Il Messico sta lottando per proteggere questi ecosistemi fragili: per questo bisogna ricordare di non usare creme solari o repellenti prima di tuffarsi (molti siti obbligano a fare una doccia preventiva). È un piccolo sacrificio per preservare la purezza di un’acqua che è lì da millenni.




È il nostro modo di ringraziare la terra per questo regalo.







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