Ci sono molti modi nei quali sarebbe possibile descrivere in modo sintetico Miyajima, una delle meraviglie della prefettura di Hiroshima: nei miei ricordi rimane un miraggio che prende corpo tra le nebbie della baia…
… mentre il traghetto fendeva l’acqua grigio-azzurra, sono rimasto a prua, con l’odore di sale che si faceva sempre più denso, quasi masticabile, e il vento fresco che mi accarezzava dolcemente il viso, portando con sé il profumo salmastro dell’oceano mescolato a un leggero aroma di pino.

Lassù, tra le pieghe scure del Monte Misen, l’isola sembrava guardarmi con una severità antica. Sapevo dei suoi 1.400 anni di preghiere; del Santuario di Itsukushima che, dedicato alle tre dee del mare e della tempesta, è stato designato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 1996 e che dal 593 d.C. sfida le maree. Sapevo anche di come, per secoli, i pellegrini abbiano considerato questo suolo troppo sacro persino per essere calpestato, ma vederla apparire così, una macchia di foresta primordiale che affonda le radici direttamente nell’oceano, rende riduttiva ogni descrizione letta sui libri.
Poi, l’ho visto. Una scheggia di rosso fuoco che tagliava l’orizzonte: il Grande Torii.

Visto da lontano, mentre la barca si avvicinava alla riva, sembrava un segnaposto tra due mondi. Un portale vermiglio che non sorregge nulla se non il confine tra il rumore della città che mi lasciavo alle spalle e il silenzio mistico che mi aspettava. C’è qualcosa di profondamente umano e, al tempo stesso, di folle nell’aver piantato nel 1875 quel colosso di legno nel fango, lasciando che il mare lo schiaffeggi ogni giorno e decida quando lasciarci passare e quando sbarrarci la strada con l’alta marea.


All’improvviso, il motore del traghetto ha cambiato tono, un rimbombo sordo che ha vibrato sotto i miei piedi proprio mentre la sagoma del santuario si faceva nitida, con le sue passerelle sospese che sembrano galleggiare sull’acqua come un tappeto di lacca rossa. Ho stretto la cinghia dello zaino, sentendo il cuore accelerare un po’.
Ricordo ancora anche il momento dello sbarco, il tonfo secco della passerella che sbatte sulla banchina, l’aria che improvvisamente si fa più calma, quasi protetta, e quel primo passo incerto sul cemento umido, mentre l’ombra dei primi cervi si muoveva silenziosa tra i pini, come se fossero lì a chiedermi il pedaggio per entrare nel loro regno, un regno come quelli descritti nelle leggende antiche e che mi accoglieva con un respiro profondo.




I cervi, simbolo dell’isola, passeggiavano liberi e tranquilli tra i visitatori, con quella naturalezza che solo gli animali sacri possono possedere. Si avvicinavano senza timore, come se fossero custodi di un segreto antico e prezioso. I loro grandi occhi scuri sembravano scrutarmi, quasi volessero sussurrarmi antiche storie di dei e spiriti che abitavano l’isola.
Camminando lungo il sentiero che portava al Santuario di Itsukushima, mi sembrava di essere stato trasportato in un altro mondo, in un luogo dove il tempo si era fermato. L’acqua bagnava dolcemente le basi del torii, e ogni passo che facevo su quell’isola mi avvicinava sempre più al cuore pulsante di un’antica spiritualità. Quando finalmente giunsi al santuario, rimasi senza fiato: la struttura in legno rosso e bianco si stagliava maestosamente davanti a me, come un tempio sospeso sull’acqua. Le luci del mattino creavano un gioco di riflessi così perfetto che pareva di essere in bilico tra la realtà e il sogno.





Salendo verso il monte Misen, che torreggiava silenzioso sopra di me, sentii il richiamo degli spiriti della montagna. Mi addentrai nei boschi, dove il fruscio delle foglie e il cinguettio degli uccelli creavano una melodia ancestrale. Lungo il cammino, incontrai piccoli templi nascosti, ognuno con la sua storia, ognuno con il suo fascino. Ogni volta che mi fermavo per prendere fiato, guardavo l’orizzonte e vedevo il mare che abbracciava l’isola, come un guardiano silente.





Arrivato sulla cima, il panorama che si apriva davanti ai miei occhi era un incantesimo. Il mare si estendeva all’infinito, e le piccole isole vicine apparivano come perle sparse su un drappo di seta blu. Sentii una profonda connessione con la natura e con l’antico spirito di Miyajima. In quel momento, tutto il mondo sembrava quieto e io ero parte di quel silenzio.


Tornando indietro, mentre il sole iniziava a tramontare, il torii si accendeva di un rosso infuocato, riflettendosi nell’acqua come una porta verso un altro mondo. Mi sedetti sulla riva, guardando quel magnifico spettacolo naturale, e pensai a quanto fosse raro trovare un luogo dove la natura, la storia e la spiritualità si fondessero in maniera così perfetta.

Un ultimo giro per perdermi tra i vicoli di Miyajima prima di lasciarla davvero. L’isola ti seduce con i suoi contrasti: il silenzio dei templi e il richiamo invitante delle ostriche grigliate che sale dalle bancarelle, avvolgendoti in un fumo profumato. Ho salutato questo angolo di mondo con un momiji manju caldo tra le mani, quel piccolo dolce a forma di foglia d’acero che nasconde un cuore morbido di fagioli rossi. È stato un addio fatto di sapori autentici, l’essenza stessa di questa terra.



Rientrando, la mia anima era segnata in modo indelebile. Era come se, per un giorno, avessi varcato la soglia di un’antica fiaba giapponese, dove il mondo terreno e quello divino si incontrano in un perfetto equilibrio.








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